Salve a tutti, noi siamo Eugenio Coppola e Antonio Sparnelli della 3BD, e volevamo parlare del relitto di Cetraro, che era una nave che trasportava carichi tossici e score radioattive, affondata dalla mafia. Al largo della costa tirrenica calabrese, vicino a Cetraro (provincia di Cosenza), si trova uno dei più intriganti e controversi relitti della recente cronaca italiana: quello che comunemente viene chiamato il “relitto di Cetraro”. Una storia fatta di affondamenti, rifiuti tossici, ‘ndrangheta, indagini giudiziarie, e infine forse una spiegazione storica che scardina la leggenda.Tutto parte dalle dichiarazioni di Francesco Fonti, ex °collaboratore di giustizia della ’ndrangheta, che nel corso dei suoi interrogatori denunciò l’esistenza di navi cariche di rifiuti tossici e radioattivi affondate in mare, tra cui una denominata Cunski. Fonti fornirono coordinate e descrizioni: nave lunga circa 110–120 metri, a profondità rilevanti (oltre 400 metri) nei fondali tirrenici calabresi.  L’indagine giudiziaria – coordinata dalla Procura di Paola e poi dalla DDA di Catanzaro – raccolse questi elementi e avviò esplorazioni dei fondali che individuarono, al largo di Cetraro, con un evidente squarcio sulla prua e secondo le immagini almeno un bidone visibile. Il 12 settembre 2009 è la data chiave: grazie all’attività del robot telecomandato (ROV) della società “Nautilus” noleggiata dalla Regione Calabria, fu localizzato un grande scafo a circa 11,8 km dalla costa di Cetraro(coordinate approssimative: latitudine 39°28′541″ N, longitudine015°41′569″ E).  I media scattarono alla parola “bidoni”, “rifiuti tossici”, “nave a perdere” e la vicenda già complessa divenne un simbolo della cattiva gestione dei rifiuti in Italia, delle connivenze mafiose e dell’abbandono in fondo al mare. Tuttavia, l’avanzare delle indagini portò ad un ribaltamento: secondo la relazione ufficiale del Direzione nazionale antimafia, guidata da Piero Grasso, e del Ministero dell’Ambiente, il relitto identificato non sarebbe la Cunski carica di rifiuti, ma bensì il piroscafo Catania, affondato il 16 marzo 1917 durante la Prima Guerra Mondiale.  In quella dichiarazione: ‘’stiva vuota’’, ‘’nessuna contaminazione radioattiva fino a 300 metri e per un raggio di 7 km’’. In sostanza: il “caso relitto di Cetraro” venne dichiarato chiuso da parte delle autorità, pur ribadendo che la questione dell’inquinamento in Calabria restava aperta. Nonostante la versione ufficiale, molti elementi lasciano spazio al dubbio e tengono viva la curiosità giornalistica. Le dichiarazioni di Fonti restano parte integrante della narrazione: il collaboratore parlava di una nave affondata con 120 fusti di materiale radioattivo, e fornì coordinate e descrizione di operazioni criminali. Le condizioni del relitto – lunghezza, squarcio, bidoni – sembrano corrispondere alle prime rilevazioni del 2009. Ma la identificazione con “Catania” lascia interrogativi: come spiegare la presenza dei bidoni, e il collegamento con il traffico illegale di rifiuti? Il fatto che la nave fosse a circa 500 metri di profondità – una zona non facilmente accessibile – indica che l’operazione (se reale) sarebbe stata tecnicamente complessa. Il tema rimane sensibile: la Calabria ha vissuto per decenni sotto la pressione di traffici di rifiuti, smaltimenti illegali, infiltrazioni mafiose. Anche se questa specifica nave fosse “solo” una nave affondata durante la guerra, il sospetto di altre navi a perdere resta. La percezione locale: pescatori, operatori turistici e cittadini hanno vissuto la vicenda come un allarme ambientale. La vicenda del relitto di Cetraro non è solo un giallo sottomarino: ha ricadute reali su territorio, ambiente e comunità. La paura che un carico tossico fosse disperso nel fondale tirrenico ha generato timori per la pesca, per la salute, per la qualità del mare. Anche se le analisi ufficiali hanno rassicurato (almeno per il relitto in questione) il danno d’immagine era già fatto. Cetraro e la costa tirrenica calabrese sono territori che vivono di turismo. Uno scandalo ambientale avrebbe potuto compromettere tutto ciò: il procuratore Grasso affermò che «c’è stata una vittima: la Calabria», per via della perdita di fiducia. La vicenda ha messo in rilievo il ruolo della criminalità organizzata nei traffici di rifiuti, l’esigenza di trasparenza, di controllo dei fondali marini come parte della lotta all’illegalità ambientale. Il relitto di Cetraro resterà probabilmente un caso che mescola storia navale, mafia ambientale, inchiesta giudiziaria e pubblico allarme. La versione ufficiale lo identifica come il piroscafo Catania affondato nel 1917, con stiva vuota e nessuna contaminazione rilevata.  Ma il racconto parallelo di navi affondate con rifiuti tossici è ben radicato nel territorio, nei racconti dei pescatori, nelle denunce di attività illecite. In fondo: anche se quel relitto non fosse la “nave dei veleni”, la vicenda ci costringe pensare al mare non solo come risorsa o paesaggio, ma come luogo vulnerabile, su cui si scaricano colpe, silenzi, e – a volte – le grandi omissioni della storia locale e nazionale.

Articolo scritto da Eugenio Coppola e Antonio Sparnelli, 3BD.

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